20 maggio 2017

L’uso dell’arco e della balestra nell’Ordine Templare


di Franco Faggiano

Un piccolo contributo conoscitivo su quanto e come fossero utilizzati arco e balestra dai Templari.
Parlare di arco e balestra quando si nominano i Templari potrebbe sembrare fuori luogo ma, così non è. Un dato è certo: non era la loro attività primaria, né ludica né bellica né, tanto meno, venatoria. Una chiara indicazione, in tal senso, ci viene proprio data dalla "Regola del Tempio", l’antica regola dei Templari ispirata da Bernardo di Chiaravalle, all’articolo XLVII: "Nessuno colpisca una fiera con l’arco o la balestra. E’ conveniente camminare in atteggiamento pio, con semplicità, senza ridere, umilmente, non pronunciando molte parole, ma ragionando, e non con voce troppo elevata. Specialmente imponiamo e comandiamo ad ogni fratello professo di non entrare in un bosco con arco o balestra o lanciare dardi: non vada con colui che fece tali cose se non per poterlo salvare da uno sciagurato pagano: né osi gridare con un cane né garrire; né spinga il suo cavallo per la bramosia di catturare la fiera".
Unica eccezione, sembra, alla pratica venatoria: la caccia al leone. All’articolo XLVIII troviamo: "Il leone sia sempre colpito - Infatti è certo, che a voi fu affidato il compito di offrire la vita per i vostri fratelli, e eliminare dalla terra gli increduli, che sempre minacciano il Figlio della Vergine. Del leone questo leggiamo, perchè egli circuisce cercando chi divorare, e le sue mani contro tutti, e le mani di tutti contro di lui".
Da ciò, si possono fare due considerazioni: la prima è che quest’ultima regola può avere più significati e neanche troppo legati alla pratica venatoria; la seconda è, che è improbabile che i prodi Templari dedicassero molto del loro tempo ad andare a caccia di leoni, vuoi per gli altri compiti più importanti ai quali si dovevano dedicare vuoi perchè è da escludere che ci fossero leoni in quantità tali da indurli a farlo diventare un passatempo comune e fruttuoso.
Dal quel che si sa, invece, la pratica delldi arcieria nell’Ordine era demandata ai cosiddetti ‘Turcopoli’, quel manipolo di armati locali, cristianizzati, di provata capacità nell’uso dell’arco a cavallo. Ennio Pomponio, noto studioso e ricercatore templare, al riguardo cita testualmente nel suo libro ‘Templari in battaglia’: "…I turcopoli avevano a disposizione un armamento più leggero; uno scudo rotondo di foggia araba, spade a doppio taglio più corte di quelle della cavalleria pesante, pugnale ed archi. In ciò differivano davvero poco dalla corrispondente specialità araba…".
Anche questo, però, non esclude la capacità di altri Templari nell’uso dell’arco (e della balestra). Soprattutto, quando lo scontro con gli ‘infedeli’ avveniva a difesa di una roccaforte o di una città. Infatti, sempre al riguardo, Ennio Pomponio riporta nel suo libro già citato: "…Archi e balestre erano diffusi nella fanteria. L’importanza di tali armi aumentò via via nel corso delle operazioni belliche, al punto da costringere gli Ordini militari a dotarsi di reparti armati solo di tali ordigni. Lo sviluppo e la diffusione di archi e balestre assumerà proporzioni tali che, insieme all’avvento delle compagnie di ventura, decreterà la fine della cavalleria come arma risolutiva degli scontri (Crecy e Poitiers).
Già dalle Crociate, archi corti, long bow e balestre fecero intuire in che direzione si sarebbe sviluppata l’arte di combattere nel prosieguo dei secoli. Non molto preciso né dotato di lunga gittata, l’arco corto in legno di tasso, corda in canapa, lungo circa un metro e mezzo, denunciò subito i suoi limiti e fu soppiantato dal long bow, l’arco inglese: un metro e ottanta circa di lunghezza, generalmente in olmo, fu sviluppato dalle fanterie del Galles che ne fecero l’ama base, il cuore dell’esercito inglese.


L’uso della balestra in Medio Oriente non è merito dei Crociati, in quanto le truppe fatimide facevano già uso di tale arma durante il secolo XI, sembra, a loro volta, ad imitazione della fanteria siriana ed irachena. Paradossalmente è possibile che i Crociati abbiano appreso l’uso della balestra dai loro disprezzati nemici fatimidi, introducendola poi in Europa dove fu sviluppata in particolar modo in Italia centro-settentrionale ed in Provenza. Tra il personale al soldo del Tempio combattevano formazioni di balestrieri organizzate con tiratori e caricatori per aumentare la cadenza di tiro e ciò malgrado la Chiesa di Roma considerasse tali armi ‘strumenti del maligno’ sino a proibirne l’uso nelle guerre in Europa (proibizione, c’è da dire, mai osservata da nessuno):
"Essa è odiata da Dio e non deve essere usata contro i cristiani pena l’anatema", così si pronunciava Innocenzo II al Concilio Laterano del 1139 a proposito di questa arma. Molto più pericolosa e letale dell’arco, essa era costruita inizialmente in corno o in legno, successivamente in acciaio. La forza di penetrazione dei suoi dardi o quadrelli era impressionante, ma il suo limite era rappresentato dalla ridotta cadenza di tiro. Il meccanismo di ricarica a crocco, infatti, non consentiva più di due tiri al minuto contro i dieci del long bow. Questo, però, non esclude l’utilizzo di altri tipi di archi, in altre zone che non fossero la Terrasanta. Anche in questo caso, viste le esigue notizie che si hanno in merito, nulla è escluso poco è certo, come la storia stessa che accompagna il glorioso Ordine. Immagini di crociati che tirano con l’arco e la balestra dalle mura sono presenti in più iconografie dell’epoca e questo, insieme a qualche traccia trovata da studiosi e ricercatori, permette di evidenziare l’uso di tale pratica, anche se in termini quasi esclusivamente bellici.
Più affascinanti, invece, le splendide illustrazioni di Gustave Doré in "Storia delle Crociate" nelle quali vengono raffigurate, con coinvolgimento quasi mistico, le scene delle battaglie tra Crociati e ‘infedeli’. Ma, sia con le iconografie sia con le illustrazioni, ci affidiamo all’abilità e alla fantasia dell’autore in quanto, soprattutto nel passato, difficilmente si poteva contare su testimoni oculari che riuscissero a raffigurare su tela o carta l’accadimento. Quindi, non sempre riusciamo a scavare nel passato come vorremmo per approfondire quella sete di conoscenza che tutti i cultori, sia di medioevo sia - nello specifico - di Templari, desiderano appagare. Purtroppo, questo è lo scotto!

15 aprile 2017

Una nuova pubblicazione di Vito Ricci



Vito Ricci

Province e maestri provinciali templari nel Mezzogiorno italiano

 Edizioni edit@ 


prefazione di Damien Carraz


Il Mezzogiorno italiano vide una significativa presenza dell’Ordine templare dai primi decenni successivi alla sua fondazione e sino allo scioglimento. In quest’area geografica furono presenti due Province, unità amministrativo-territoriali nelle quali era articolata l’organizzazione dell’Ordine. Lo stanziamento templare nel Mezzogiorno era dettato da due motivazioni principali: la possibilità di usufruire di porti per l’imbarco verso la Terrasanta e la disponibilità di terre per produrre frumento e altri prodotti necessari per i rifornimenti in Outremer. La Puglia e la Sicilia rappresentavano il granaio per la Terrasanta e senza le derrate alimentati qui prodotte le Crociate sarebbero state molto difficili, se non proprio impossibili. Nel presente lavoro si prendono in esame le due Province templari (quella di Apulia, che abbracciava l’interno Mezzogiorno continentale e risultava essere quella di più antica fondazione, e la Sicilia) e la loro evoluzione nel corso dei secoli XII-XIV. L’analisi principale verte sui cavalieri che ricoprirono la carica di Maestri Provinciali, ufficiali a capo delle Province, che si avvicendarono tra il 1169 (anno di prima attestazione nei documenti di un Maestro) e il 1312 (anno della soppressione dell’Ordine) con l’esame di tutte le attività da essi compiute che sono pervenute nelle fonti, non solo documentali, ma anche materiali come ad esempio le lastre tombali. Questo contributo vuole dare una sistemazione completa (per quanto possibile) ed organica all’organizzazione amministrativa templare nell’Italia meridionale, tentando di ricostruire la sequenza dei cavalieri che furono alla guida delle Province di Sicilia e Apulia che allo stato attuale delle ricerche mancava. Si è cercato di ripercorrere, utilizzando anche fonti straniere, le carriere di tali frati all’interno dell’Ordine, riscontrando come, almeno dalla metà del XIII secolo, ovvero da quando le fonti sono più numerose, il loro cursus fosse caratterizzato da elementi comuni e ricorrenti: l’aver prestato servizio in Terrasanta o l’essere persone di fiducia del Maestro Generale. Una fonte particolarmente utile ai fini delle ricerche è costituita dalle testimonianze rese dai frati durante i diversi processi inquisitori.